Agrinsieme Sicilia contro l’IMU agricola e per il rilancio dell’agricoltura siciliana

Oggi 23 febbraio Agrinsieme Sicilia (sigla che riunisce le organizzazioni di rappresentanza di Cia, Confagricoltura, Legacoop, Confcooperative e Agci) manifesta davanti le Prefetture la propria contrarietà all’IMU sui terreni agricoli.

Presidi di agricoltori sono previsti nelle varie province con sit.in davanti le prefetture di Catania, Enna, Trapani e Agrigento e davanti i comuni di Partinico, Cerda, Montemaggiore Belsito, Lascari nella provincia di Palermo. Una delegazione regionale di Agrinsieme incontrerà questa mattina il Prefetto di Palermo.

Agrinsieme manifesta per:

downloadSuperare la “questione fiscale” evitando vicende paradossali inaccettabili come quella dell’IMU.
Accelerare l’applicazione della riforma della PAC. Esentare dalle penalità per il non rispetto del “greening”. Approvare rapidamente i PSR e partire quanto prima con i bandi. Intervenire sui gap strutturali che minano la redditività agricola, inferiore al 2005. Definire rapidamente le forme dell’organizzazione economica: le organizzazioni di prodotto e l’interprofessione. Applicare le normative ambientali e sanitarie tenendo conto delle esigenze delle imprese, dei processi produttivi e della competitività. Spingere con convinzione sulla diversificazione ed in particolare sulla produzione di energia da fonti rinnovabili. Puntare sul “lavoro vero” in agricoltura. Con misure specifiche per il settore e riducendo il cuneo fiscale. Incentivare l’attività agricola come strumento di gestione del territorio per evitare il dissesto. Intervenire sui mercati in crisi: rilanciare i consumi, l’export e rinsaldare le filiere (comparti in crisi scelti in base alle specificità ed alle sensibilità territoriali: ad es. crisi del lattiero-caseario; ortofrutta; olio di oliva.

Ricordiamo in primo luogo l’importanza dell’agricoltura e dell’agroalimentare italiano – 2 milioni di imprese – 9% del Pil italiano (14% considerando anche l’indotto) – 3,2 milioni di lavoratori nella filiera (il 14% degli occupati italiani) – Contributo della filiera all’Erario: più di 25 miliardi di euro di imposte. Il settore agroalimentare è una componente strategica essenziale del Made in Italy di qualità, il suo sviluppo sui mercati interni ed internazionali è fondamento della crescita del Paese.

In particolare le tematiche sono le seguenti:

1. La “questione fiscale” dell’agricoltura italiana emerge sempre. Non però per considerare quanto meritano le esigenze delle imprese, ma piuttosto solo per raccogliere nuove risorse. Il tutto poi con decisioni stop and go che aumentano drammaticamente l’incertezza come sta accadendo con la incredibile vicenda dell’IMU. Serve un quadro affidabile che consideri l’agricoltura un’attività economica con un sistema fiscale che non può essere rimesso in discussione ogni volta che se ne sente il bisogno.

2. Siamo in ritardo con l’attuazione della riforma della politica agricola comune “verso il 2020”. Dopo il primo decreto ministeriale di novembre stiamo rimettendo in discussione orientamenti e decisioni già assunti a suo tempo e ancora non abbiamo formulato scelte essenziali. Mentre gli agricoltori devono con cognizione predisporre i piani produttivi. E’ necessario non applicare, per questo primo anno di entrata in vigore della riforma, le penalità per non rispetto del greening.

3. La definizione dei Piani di Sviluppo Rurale sconta un forte ritardo. Per le approvazioni dei primi piani si dovrà praticamente aspettare almeno3 giugno. Le imprese agricole non possono attendere oltre misure essenziali per la gestione delle loro aziende. Non si possono tollerare soluzioni di continuità per uno degli strumenti chiave di politica agricola a nostra disposizione. Occorre partire quanto prima con i bandi usando tutta la flessibilità consentita anche prima della approvazione formale. Una particolare attenzione deve essere riservata a programmi nazionali, per i quali non sono stati ancora chiarite le modalità di funzionamento, ma che toccano aspetti fondamentali della vita delle imprese a partire dalle misure di gestione del rischio e stabilizzazione dei redditi.

4. La redditività degli agricoltori italiani è infatti sotto i livelli del 2005. A differenza di quanto accaduto per i nostri principali partner e competitor. E’ una circostanza che dipende da diversi fattori ma sicuramente molti esogeni alle scelte degli imprenditori e “subìti” a causa di gap strutturali (in particolare sul fronte dei costi) che vanno colmati, a partire dal peso insostenibile della burocrazia e dall’inefficienza della pubblica amministrazione. Non sono accettabili, inoltre, le riduzioni sulle agevolazioni per l’uso del gasolio in agricoltura e devono essere rese immediatamente operative le disposizioni stabilite a favore dei serricultori.
5. Siamo indietro in Italia anche con la definizione delle forme per l’organizzazione economica. Sono fermi i decreti per il riconoscimento delle Organizzazioni di Produttori e degli Organismi Interprofessionali, che potrebbero rilanciare, anche in un’ottica di rete, l’aggregazione del prodotto e l’integrazione di filiera. Occorre accelerare i processi, anche parlamentari, per definire rapidamente un completo quadro di riferimento giuridico in questa fondamentale materia.

6. Le tematiche ambientali e sanitarie si stanno sempre più rivelando cruciali per le nostre imprese per le loro ripercussioni sulle attività agricole. Dalle norme sui nitrati, a quelle sulle emissioni, sino a tutte le norme prescrittive per la protezione dell’ecosistema e del paesaggio e poi4 quelle sul benessere degli animali, la gestione sanitaria degli allevamenti etc. Ne risulta una gestione aziendale sempre più complessa e con seri rischi per la competitività. Occorre una drastica semplificazione e comunque un chiaro passo verso un’implementazione delle norme, spesso di origine europea, che ne consideri, ma davvero, il possibile impatto sui processi produttivi.

7. Le filiere non alimentari e in particolare la produzione di energia da fonti rinnovabili costituiscono una realtà ormai da alcuni anni. Gli imprenditori agricoli sono impegnati direttamente in questa importantissima forma di green economy che aiuta a diversificare le attività, ad accrescere i redditi e, soprattutto, a cogliere le sfide del millennio. La legislazione che disciplina attività ed incentivi non sempre è stata però lineare provocando disagi ed incertezze agli operatori, talvolta inseguendo “falsi miti” che vedono nelle energie rinnovabili una minaccia piuttosto che un’opportunità. Bisogna proseguire senza tentennamenti e senza cambiare il quadro delle regole. Senza, soprattutto, dubbi sulla reale utilità che il non food, specie quello finalizzato alla produzione di energia, ha per la nostra agricoltura e per la collettività.

8. L’impostazione e gli effetti del Jobs Act per il settore possono essere positivi a patto però di puntare sul ruolo essenziale dell’agricoltura per l’occupazione. E per un settore specifico come l’agricoltura occorrono misure specifiche: dalla gestione della cassa integrazione e dei contratti di solidarietà, alla sburocratizzazione per i contratti stagionali e di breve durata ad una riduzione significativa e concreta del cuneo fiscale che grava sul lavoro agricolo in maniera del tutto ingiustificata, soprattutto in talune aree.
9. L’agricoltura è infine essenziale per il governo del territorio e i recenti episodi, anche drammatici, di dissesto idrogeologico lo stanno a dimostrare. Le attività produttive agricole vanno incentivate in quanto preservano i suoli ed aiutano a gestire le risorse dell’ecosistema come5 l’acqua proprio evitando i fenomeni di degrado. Occorre più politica agricola per avere più salvaguardia del territorio, del paesaggio, dell’ambiente. Va tutelato l’utilizzo agricolo del suolo con una efficace normativa che contrasti il suo crescente consumo.
10. I mercati di molti prodotti sono in crisi: ortofrutta, praticamente tutte le produzioni zootecniche, ma anche olio, vino, subiscono gli squilibri di un mercato che oscilla tra problemi produttivi (anche legati ad andamenti climatici e fitopatie), cali dei consumi interni e problematiche dell’export. Occorre rilanciare i consumi – interni ed esteri – e rinsaldare le filiere “dalla terra alla tavola” per recuperare competitività e redditività.